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Dovremmo riconsiderare l'idea di occupare gli spazi televisivi?


Vorrei portare una riflessione che ha occupato parecchio spazio nella mia testa negli ultimi mesi e, per farlo, vorrei partire da una domanda, ovvero: gli attivisti della comunità trans*, ma mi sento di dire gli attivisti che rappresentano categorie di persone che vivono una o più forme di discriminazione, dovrebbero occupare gli spazi televisivi? 


A me è capitato più volte di essere invitato ad ospitate televisive, ma ho sempre rifiutato per un semplice motivo: sapevo che avrei preso parte a un "gioco", con le carte truccate a priori a sfavore nei miei confronti. La TV italiana quando si parla di persone trans* crea sempre un ambiente che mette le persone trans* che partecipano in una condizione di evidente svantaggio. 


Questo è abbastanza evidente anche solo guardando il fatto che la terminologia “Dottore", se abbiamo conseguito una laurea, non compare mai e che più in generale il discorso si porta e riporta sulle nostre storie ed è pensato per circumnavigare esattamente gli spazi di quel confine e nulla di più. 

Portare o anche solo banalmente considerare la figura dell’attivista come una figura seria che porta con sé delle istanze e delle competenze non è cosa minimamente contemplata dalla televisione italiana odierna. 

A questo si aggiunge la rosa degli ospiti che è quasi nella totalità dei casi mancante quando si tratta di chiamare figure che siano realmente competenti sul tema oggetto di dibattito. 


Il prodotto della sommatoria di tutti questi fattori mette in scena, on air, un processo all’attivista che viene trattato come una persona qualunque che porta con sé la sua storia, non dandogli spazio di portare altro, ma che allo stesso tempo è chiamato a difendere istanze di contro alle opinioni portate da ospiti per nulla competenti sul tema sul quale invece l’attivista è, in buona parte dei casi ad oggi, la figura più competente seduta a quel tavolo. 


Quello che ho appena descritto è un processo di macellazione per l’attivista che vi partecipa, con anche un forte back-lash emotivo-personale, che mi ha sempre portato alla convinta considerazione che il gioco non valesse la candela e che quindi la risposta alla domanda che ho posto all’inizio di questo audio fosse: no, non dovremmo occupare quegli spazi, perchè sono truccati. 


Tuttavia dalla salita del cosiddetto Governo Meloni ho dovuto riconsiderare sempre più questa mia considerazione e non, si badi, perchè la televisione sia cambiata in meglio ma perché, in un momento dove il concetto di Resistenza sta diventando sempre più un tema vivo, sentito, reale ed estremamente attuale e dove i nostri diritti civili rischiano di essere depotenziati se non rimossi an sich, diventa quanto più mai fondamentale presidiare quegli spazi che sono proprio a noi ostili e ribaltarne, con maestria, strategia ed estremo senso politico, s’intenda, la narrazione. 


Presidiare i social perchè pensiamo di avere un potere diretto su di essi non è più sufficiente, a mio parere. Dovremmo riappropriarci, se ce la sentiamo, di quei media tradizionali che raggiungono milioni di utenti ogni sera, riappropiarci della pratica di ribaltamento in prima persone delle narrazioni fatte su di noi, delle nostre istanze, e di quell’elettorato che sembra essersi perso per strada. Con questo non voglio dire che noi attivistə ci dobbiamo sentire obbligatə a presidiare quegli spazi, voglio dire che dovremmo quantomeno interrogarci sulla questione e sviluppare un piano, che sia anche comune, per non lasciare quegli spazi totalmente scoperti.


Agire nell’ottica della Resistenza significa anche padroneggiare l’occupazione di spazi ostili come pratica politica. 


E in questo momento, ora più che mai, di Resistenza abbiamo bisogno.

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