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Giugno 1981 | lettera aperta di Pina Bonanno




Pubblico questa lettera aperta, ad oggi parte dell'atroce oblio al quale la storia del Movimento Trans* italiano è stata relegata, perché la ritengo un elemento chiave dell'importanza storica che le donne trans della prima generazione militante - quella che va dalla metà degli anni '70 al 1988 - hanno avuto per l'avanzamento dei diritti civili, mi sento di dire, di tutte le persone. Ci troviamo nel giugno 1981, quando viene pubblicato un testo al quale sono molto affezionato; scritto da Pina Bonanno e Paola Astuni, edito Lanfranchi Editore con un'unica edizione e stampa e ad oggi praticamente introvabile: sto parlando di "Donna come donna (storie di amori e lotte dei transessuali italiani)". In "Donna come donna" Pina Bonanno e Paola Astuni, decisamente il braccio e la mente della prima generazione di attiviste, raccontano la storia delle loro vite. Un testo che personalmente ho letto tutto d'un fiato e che racconta con estrema naturalezza, anche di linguaggio, uno spaccato di quell'Italia che non ha saputo riconoscere il diritto di esistere alle donne trans che all'epoca la abitavano. Ma alla fine del libro Pina ci riserva una sorpresa: è proprio qui che troviamo la sua lettera aperta, fonte di documentazione storica senza paragoni nella storia del movimento. Siamo nel giugno del 1981, manca meno di un anno a quel 14 aprile 1982 che vedrà la pubblicazione sulla Gazzetta della legge 164/1982, "Norme in materia di rettificazione di sesso", che avrebbe dato finalmente legittimità giuridica all'esistenza delle persone transgender in Italia. Dalla protesta delle piscine dell'anno precedente il movimento si era strutturato e tradotto in diverse azioni: in un solo anno era stata fatta una manifstazione di protesta che vedeva contratto un falso matrimonio lesbico tra Pina Bonanno e Simona viola, erano state fatte diverse manifestazioni (anche a Roma e al Parlamento Europeo), era stato fondato a Milano il MIT (Movimento Italiano Transessuali), ovvero storicamente la prima associazione trans* d'Italia, le donne trans si trovavano settimanalmente presso le sedi del Partito Radicale che aveva reso disponibili i suoi spazi, destinati ad incontri per sviluppare strategia di militanza ed elaborazione di istanze per il movimento stesso. Insomma ci troviamo in una situazione che si trova a metà tra la prima manifestazione di protesta del 5 luglio 1980 e l'effettiva promulgazione della cosiddetta Legge De Cataldo del 14 aprile 1982.


In questa terra di mezzo si colloca la lettera aperta di Pina, in quel momento Presidente del MIT e leader del movimento, che mette ben in luce, a mio parere, la consapevolezza politica che il movimento trans ha avuto sin dalle sue origini. Se avete preparato il caffè, posso solo che augurarvi buona lettura!

La storia della nostra lotta ha forse dell'incredibile. Non avrei mai pensato che il nostro movimento, il MIT (Movimento Italiano Transessuali) potesse nascere e svilupparsi, e poi avere tanta risonanza sulla stampa quando ebbi i primi colloqui e le prime idee sul da farsi per venire fuori dalla nostra condizione molto infelice di emarginate. Tutto nacque quasi per caso, un anno fa, quando parlando con un'artista, Marzia Siclari, la stessa che poi ci ha permesso di usare una sua scultura per farne il manifesto del nostro movimento, mi sono sentita dire: «Perché non scrivi a Pannella? Perché non lo interessate ai vostri problemi?». Così è avvenuto il nostro primo contatto politico. Abbiamo scritto una lettera firmata da alcune di noi nella quale chiedevamo perché i problemi dei transessuali non fossero ancora stati affrontati nel nostro Paese. E allora abbiamo saputo che esisteva un progetto di legge presentato da Franco De Cataldo allo scopo di ottenere il riconoscimento dello stato civile di donna alle transessuali che si sono sottoposte a intervento chirurgico. Ma il progetto De Cataldo era fermo. Spettava a noi muoverci, organizzarci e lottare perché la legge fosse discussa e approvata. Ci siamo riunite e abbiamo deciso di lottare. Siamo andate a Roma diverse volte finché il 31 ottobre dell'80 siamo riuscite a organizzare una grande manifestazione davanti al Parlamento, su cui abbiamo marciato partendo da piazza di Torre Argentina coi nostri striscioni e le nostre proteste. In quella occasione io come delegata del nostro movimento sono stata ricevuta dai rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari e da Nilde Lotti che è stata gentilissima, molto umana e disponibile. Ci ha assicurato che avrebbe cercato di accelerare le cose perché i nostri diritti di cittadine italiane fossero riconosciuti al più presto. Noi non siamo state con le mani in mano. Abbiamo incominciato a incontrarci tutti i sabati nella sede del partito radicale della Lombardia messaci a disposizione da Alessandro Litta: le prime ad accorrere sono state la Paola Astuni, Patrizia, Sonia, Maurizia, Giuli, Susi, Vanessa; poi altre sono venute e il movimento si è allargato alle più importanti città italiane finché ha preso un suo nome e una sua fisionomia. Abbiamo costituito il MIT decidendo, in una riunione tenutasi a Roma all'EUR, la data per il Congresso Nazionale che si è svolta a Milano alla sede dell'Umanitaria nei giorni 24 e 25 gennaio di quest'anno con grandissimo successo e una vasta eco sulla stampa nazionale che per la prima volta ha parlato seriamente del dramma e delle aspettative dei transessuali italiani. La nostra è una forza che sta crescendo e che non è più possibile ignorare. Siamo arrivate fino a Strasburgo, ospiti del Partito Radicale al Parlamento Europeo. Con Pannella, Emma Bonino, Sandro Tessari, Francesco Rutelli, Pio Baldelli, Ripa di Meana, Enzo Francone e Enzo Cucco del Fuori, ci siamo fatte ascoltare in quella sede ponendo al tribunale dei diritti dell'uomo la domanda che più ci brucia: i transessuali italiani hanno diritto a vivere come normali cittadini del loro Paese?
C'erano tante di noi in quell'occasione. Vorrei nominare Giuliana, Stella Bruno, Giusi la Piana, Roberta Franciolini, Gianna Parenti di Firenze, Roberta Ferrante di Roma, Patrizia Bentivoglio, Loredana, Silvia e Stefania di Firenze, e mi scuso con quelle che in questo momento non ricordo: tutte amiche, tutte don e decise a far valere finalmente i loro diritti, che sono: ottenere il riconoscimento del nome femminile, primo passo per conquistarci un lavoro oggi impossibile perché non possediamo documenti che comprovino il nostro nuovo stato anagrafico di donne. Da più parti ci vengono fatte assicurazioni e promesse. La legge De Cataldo è già stata discussa e approvata in commissione giustizia: ma che cosa si aspetta a portarla alla sua approvazione? Durante il nostro Congresso di Milano, Adele Faccio ha parlato con accenti appassionati dell'emarginazione della donna e del suo diritto all'autodeterminazione. Adele è una compagna coraggiosa, un'amica. Le chiediamo di lottare al nostro fianco perché la legge De Cataldo sia portata avanti con più celerità. Aspettiamo da troppo tempo. Non possiamo continuare ad attendere all'infinito. Io mi sento coinvolta profondamente in questa lotta perché col mio passato e le sofferenze che ho dovuto sopportare penso di essermi guadagnata il diritto a una vita più giusta e più dignitosa. E così è per tutte noi che lottiamo per conquistarci il nostro spazio. Sono pronta a tutto - siamo pronte a tutto - per allargare la nostra protesta in modo che nessuno più possa dire: «Io non sapevo» L'abbiamo dimostrato in diverse occasioni, come quando il 5 luglio dell'80 abbiamo fatto la prima manifestazione pubblica a Milano mostrandoci come siamo, cioè donne, alla piscina comunale: era nostra intenzione sorprendere l'opinione pubblica attraverso i giornali per attirare l'attenzione di tutti su quell'assurdo che è costringerci alla condizione di maschi quando la nostra sensibilità e il nostro corpo sono quelli di donne. A seni nudi, indossando costumi da bagno maschili, abbiamo urlato in faccia alla gente stupefatta: «Siamo donne o siamo uomini? E se siamo donne, perché non ci riconoscete un nome da donna?» In un'altra occasione, il 23 ottobre dell'80, abbiamo dato vita a una grossa provocazione, sempre allo scopo di far parlare dei nostri drammatici problemi di transessuali. Io mi sono presentata vestita da donna come faccio abitualmente, tenendo per mano una dolce ragazza, la radicale Simona Viola, per essere sposati dall'assessore comunale Roberto Savasta. I nostri documenti erano in regola: io con le carte da uomo, Simona con quelle da donna. Senonché l'assurdo della situazione era dimostrato dalla realtà della nostra coppia: la sposina in vestito bianco e coi capelli sciolti sulle spalle; lo sposo in tailleur di broccato nero con gonna molto femminile, occhiali civettuoli e un garofano verde all'occhiello. Quando siamo state davanti all'assessore tra lo sbalordimento delle altre coppie, alla domanda rituale dell'ufficiale di stato civile io ho risposto: «Sono qui per protestare contro lo Stato italiano che non mi permette di sposare, come donna, l'uomo che amo». L'assessore Savasta, con molto autocontrollo, ha detto: «Non posso che prendere atto delle ragioni di questa protesta e pertanto interrompo la cerimonia augurando che il Parlamento voglia al più presto considerare e risolvere il problema giuridico del transessualismo che interessa tanti cittadini italiani.» Questa è anche la nostra speranza. La speranza che ci ha portato a Roma il 10 marzo '81 nell'occasione del primo grande sciopero organizzato della prostituzione per denunciare le condizioni in cui tante di noi, private dei loro diritti e di ogni lavoro, sono costrette a vivere. La prostituzione è la sola fonte di guadagno per tanti transessuali che non trovano altra possibilità di sopravvivenza. Questa condizione noi l'abbiamo denunciata all'ufficio dei diritti dell'uomo al Parlamento Europeo. Stiamo raccogliendo i discorsi in questo senso che andranno a Strasburgo attraverso il Centro Calamandrei, per iniziativa di Sandro Tessari, deputato radicale. Altre iniziative di lotta verranno perché noi non intendiamo fermarci. Chi è interessato al nostro grave problema di esseri umani e di cittadine private dei loro diritti, chi vuole aderire alla nostra lotta e partecipare alle nostre riunioni (così come i transessuali che hanno bisogno di aiuto) può rivolgersi alle sedi regionali del Partito Radicale a Milano, Torino, Firenze e Roma dove noi siamo ospitate e dove ci incontriamo tutte le settimane per discutere e organizzarci. Il MIT è un movimento indipendente da partiti, in cui militano transessuali di tutte le idee politiche, aperto a ogni persona sensibile al dramma della nostra situazione. La legge De Cataldo, già discussa in commissione Giustizia e approvata in sede di commissione per gli Affari Costituzionali è ormai matura per essere presentata in Parlamento. Noi vigileremo e lotteremo perché questa legge non sia dimenticata. I transessuali italiani sono stanchi di aspettare. - Pina Bonanno


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