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In memoria di Domenico Capodiferro



È notte e vedo mia mamma prepararsi per uscire di casa. «Che stai facendo?» «Lo zio è in rianimazione al San Gerardo: devo andare». Ero appena uscito dalla porta aurea che per me è quella di ingresso dalla psicologa, quando vedo una chiamata comparire sullo schermo del telefono: è mia madre. «Lo zio non c'è più, non ce l'ha fatta», «Mi dispiace mamma, mi dispiace davvero». Il modo in cui se n'è andato è stato del tutto imprevisto: mio zio stava benissimo, a portarlo via è stato un virus fulmineo. È una di quelle morti inaspettate alle quali non riesci a trovare una spiegazione; una di quelle morti che fa riflettere sul senso della vita, persino a una persona come me che alla vita non è per nulla affezionata. Persino a una persona come me che, ormai due anni fa, nel tentativo di difendere un mio amico da un'aggressione omofoba, è andata a muso dall'aggressore dicendo convintamente «Che vuoi fare, mi vuoi ammazzare? Prego, vai avanti, tanto sono già morto dentro». Si vede che deve aver visto quanto fossi sincero, perché un po' rassegnato ci lasciò in pace. Alla fine riflettendoci ora credo mi abbia lasciato in pace perché con quella frase gli avevo tolto qualunque forma di soddisfazione. Ho chiuso la chiamata con mia madre e mi sono seduto in un bar a riflettere. Per le due ore successive ho avuto un pensiero fisso nella testa che sovrastava gli altri: della storia della vita di mio zio, nessuno avrebbe saputo nulla. Eppure mio zio ha contribuito tanto non solo alla mia vita, ma anche alla costruzione di una società migliore. Da questo pensiero nasce l'idea di questo pezzo, che vuole raccontare, tramite la memoria della sua vita, l'esistenza di un cittadino qualunque, proprio come noi, che si è battuto per lasciarci una società migliore di quella nella quale è nato. È un pezzo estremamente personale, ma il personale è politico, come ha saputo ben insegnarci Paola Cortellesi in "C'è ancora domani". Voglio anche io ricordare qui chi c'era ieri, chi ha combattuto ieri per un domani migliore. Mio zio, Domenico Capodiferro, per tuttə "Nino", è nato il 16 maggio 1956 a Laterza, un piccolissimo paesino del sud Italia in provincia di Taranto, da Rosa Cristella e Cosimo Capodiferro, che di figli ne fecero 8. Di famiglia umilissima, mio nonno Cosimo è stata una di quelle migliaia di persone che si trasferirono nel dopoguerra al nord per garantire un futuro migliore alla sua famiglia. Arrivarono negli anni '60 a Cinisello Balsamo, un allora piccolo paesino in provincia di Milano. Mio nonno riuscì ad ottenere una casa popolare - nella quale io vivo ancora oggi: in 5 locali viveva una famiglia di 10 persone.


Mio zio è quindi cresciuto tra la Puglia e la Lombardia ed è proprio in Lombardia che formò la sua coscienza politica. Appassionato di poesia, di musica e di pittura, non potè proseguire con gli studi dovendosi fermare alla terza media a causa dell'impossibilità di allora per le famiglie poco abbienti di proseguire con gli studi. Negli anni '60 se venivi da una famiglia che rasentava il livello di sussistenza era praticamente impossibile diplomarsi e conseguire una laurea. Così mio zio ha lavorato come operaio per una vita intera, mantenendo le sue passioni nel tempo libero. Zio Nino aveva un'immensa coscienza politica e me l'ha trasmessa tutta: convintamente di sinistra (la sinistra vera, non la versione attutita di oggi), antimilitarista, si batté tutta una vita per la legalizzazione dell'aborto, delle droghe leggere, per la sospensione della leva, per l'eutanasia, per la parità di genere, per delle politiche lavorative migliori, per un accesso allo studio garantito per tutte le persone. Fu uno dei protagonisti obliati dalla Storia della rivoluzione del '68: arrivò ad occupare l'Università degli Studi di Milano - che è ad oggi la mia università - per chiedere che l'università stessa sviluppasse delle politiche attive che permettessero alle persone, indipendentemente dalla loro condizione economica, personale come familiare, di avere accesso agli studi universitari. Se io oggi posso usufruire di una riduzione ISEE e delle borse di studio è grazie alle occupazioni di protesta del '68 che tante persone, cittadini qualsiasi, proprio come mio zio, misero in atto per un accesso paritario agli studi di alto livello. Mio zio mi ha restituito la possibilità di fare quello che lui non ha avuto la possibilità di fare: diplomarmi e conseguire la laurea e per questo, come per mille altre battaglie che portò avanti, gli sarò sempre infinitamente grato. Era così contrario alla leva militare che per un anno intero mangiò solo due uova per pasto di modo da risultare inabile all'arruolamento. Mi raccontò che quando lo sottoposero all'esame di arruolamento fece mettere a deposizione che per lui la leva era un sistema oppressivo e patriarcale che non aveva senso di esistere e che più che portare un avanzamento dei diritti o un'edificazione identitaria della persona seminava morte. Mi ricordo un viaggio fatto con lui nel 2019 in macchina fino a Laterza: parlammo di tutto, compreso l'aborto. Lui e mia madre avevano posizioni un po' diverse sul tema e mi ricordo la determinazione con la quale portò avanti la sua convinzione che l'aborto dovesse essere sempre garantito a tutte le donne, indipendentemente dalla motivazione che le portava ad abortire. Mi ricordo le eterne battaglie sulla legalizzazione della cannabis e tutte le parole spese per un mondo che fosse più libero e autodeterminato. Fu una delle prime persone ad andare a firmare il referendum e ricordo che quando non passò al livello successivo mi disse «Guglie', che ci vuoi fare, non è nulla di nuovo per me, ma non per questo smetterò di lottare. L'Italia non vuole quelli come me o quelli come te, perché diamo fastidio, ma proprio per questo dobbiamo continuare a batterci per ciò in cui crediamo.»


Mi ricordo la semplicità con la quale si relazionò al mio coming-out: «Come ti devo chiamare? Guglielmo? Certo che potevi scegliere un nome meno da aristocratico capitalista». L'ultimo ricordo che ho di lui risale a questo Natale. Lui e mia madre si trovarono per fare le "Cartellate", un dolce tipico pugliese a base di vin cotto e cannella. Ne fecero una quantità industriale: le ho fatte provare ai miei amici e hanno ricevuto solo recensioni positive. Si sono messi per giorni a stendere la pasta, cuocere, impacchettare. Mi diedero un senso di famiglia quelle giornate, spero di portarle nella mia memoria a lungo. Grazie zio per tutto quello che hai fatto, cercherò di raccogliere il testimone, promesso.



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